SGARBI E LE PROTESI POETICHE Back



Il celebre critico d'arte ci ha parlato del suo rapporto con la scrittura nel corso di un fantasmagorico on the road attraverso Sicilia e Calabria.

In fatto di scrittura, Vittorio Sgarbi la pensa – e agisce - decisamente in controtendenza. Il computer e internet, lui nemmeno li prende in considerazione. “Dovendo decidere tra la macchina per scrivere e la penna, scelgo la penna. Dovendo decidere tra la penna e la parola, scelgo la parola. La parola detta”, ci ha spiegato Sgarbi al termine di un'intensa giornata e mezza trascorsa lungo le strade tra la Sicilia e la Calabria.
A pensarci bene, lo scarso amore – forse addirittura la diffidenza? - di Sgarbi nei confronti della scrittura macchinale, che cattura le parole per fissarle su supporti, non è nuova, anzi ha precedenti assai antichi e illustri. Nientemeno che Socrate, il quale secondo quanto riportato dal dialogo platonico Fedro avrebbe raccontato il suggestivo mito del dio egizio Theuth, inventore della scrittura, per stigmatizzare quest'ultima come fattore inibente l'oralità, autentica dimensione della comunicazione e del sapere dialettici. “La mia letteratura è in gran parte orale, dettata”, afferma Sgarbi, rivelandosi con ciò un genuino seguace di Socrate (o più precisamente, dell'immagine di Socrate fornitaci da Platone). Si aggiunga peraltro il fatto che Sgarbi è un oratore di primissimo ordine: il timbro affabile della sua voce, le divagazioni sul filo delle associazioni o dei ricordi personali, gli stessi accessi di collera aggiungono sempre ai suoi dotti interventi una nota di fresco e vivace anticonformismo.
Quando tuttavia Sgarbi si trova di fronte alla necessità di mettere nero su bianco le proprie parole in prima persona (“Pratico molto appunti manuali e dediche per libri”, ci ha raccontato), ricorre alla penna o, meglio, alle “protesi poetiche”, espressione che tradisce la sua indole di esteta. Non a caso Sgarbi ama parlare di D'Annunzio; sono d'altronde già stati in molti prima di noi a tracciare un parallelo tra il poeta pescarese e lo storico dell'arte di Ferrara. Entrambi personalità dirompenti, tutti e due impegnati in politica, nonché impenitenti libertini, ma soprattutto entrambi posseduti dal desiderio di circondarsi di cose belle, di opere d'arte, o perlomeno di godere della loro vicinanza e dello studio della loro storia. Con l'aspirazione suprema – per D'Annunzio di sicuro, per Sgarbi forse - di “fare della stessa propria vita un'opera d'arte”. Così, anche le penne cui Sgarbi affida le sue frasi manoscritte posseggono un nome e un pedigree ben precisi: “Tra le protesi poetiche da me praticate ricordo quelle di Aurora, Montblanc e Parker. Le penne stilografiche sono come gli accendini a benzina, simboli di un'epoca passata che uno può utilizzare per nostalgia o civetteria”.
Tali considerazioni sono state affidate da Sgarbi all'estensore di questo articolo in automobile, lungo il tragitto tra Vibo Valentia e l'aeroporto di Lamezia Terme, nel dicembre 2010, dopo 36 ore trascorse in gran parte fianco a fianco, in un vero e proprio “on the road” lungo il Mezzogiorno d'Italia, tra Catania, Ragusa e Vibo Valentia. Sì, perché attraversare la Sicilia accanto a Vittorio Sgarbi è stato come percorrere il deserto del Nevada in compagnia di Jack Kerouac. Senza mai fare troppo caso all'orologio e al contachilometri, in una fantasmagorica girandola di incontri, luoghi e situazioni.